L’Intelligenza Artificiale è entrata ufficialmente nel Primo Maggio.
Lo slogan della manifestazione nazionale promossa da Cgil, Cisl e Uil a Marghera quest’anno è stato:
Lavoro dignitoso. Contrattazione, nuove tutele e nuovi diritti per l’Italia che cambia nell’era dell’intelligenza artificiale.
Una scelta non casuale.
Perché parlare di lavoro, oggi, significa parlare anche di algoritmi e automazione. Significa chiedersi se l’innovazione sarà uno strumento per migliorare la qualità del lavoro o un modo più elegante per renderlo più fragile, più controllabile, più sostituibile.
Dal palco è stato giustamente ricordato che il lavoro non è merce e non può essere sostituito da un algoritmo.
Un monito non banale, perché grazie all’AI la tecnologia può liberare energie, ridurre la fatica, aprire nuovi spazi di creatività. Ma può anche aumentare le disuguaglianze e sostituire il lavoro senza sostituire il reddito.
È qui che nasce il punto politico e sociale della questione.
Non basta dire che l’AI cambierà il lavoro.
Bisogna decidere chi governerà questo cambiamento.
E allora il dubbio resta, ed è forse il dubbio più serio.
Stiamo davvero costruendo un futuro del lavoro più intelligente? O stiamo solo accettando una trasformazione che rischia di diventare più artificiale, più opaca, meno umana?
Il tema, in fondo, è sempre lo stesso: governare, non subire.
Governare l’intelligenza artificiale con regole, formazione, tutele, trasparenza e partecipazione.
Perché, al di là di ogni trasformazione tecnologica, il lavoro, i diritti e la dignità delle persone devono restare profondamente umani.
Pubblicato originariamente su LinkedIn il 01/05/2026. Visualizza il post originale.
